L'ECO SI E' SPENTO. RIMARRA' VIVA LA SUA LEZIONE.

 

Ci ha lasciati uno degli intellettuali italiani più frizzanti, sapienti, colti e apprezzati degli ultimi cinquant'anni. Una stella italiana nel mondo.
Siamo più poveri. La povertà la sentiremo forte quando avremo bisogno di lui.  Quando dalla palude culturale nella quale spesso noi italiani veniamo a trovarci avremo bisogno che si levi una voce chiara, limpida, potente. Che parli per noi. Che parli per tutti.  Limpidamente. Uno degli intellettuali italiani insieme a Pasolini, Antonio Tabucchi, Maria Corti, Alfonso di Nola e pochissimi altri pronti a dire forte il loro pensiero quando la maggior parte degli intellettuali vuoi per incapacità vuoi per ipocrita quieto vivere stanno zitti, acquattati per non disturbare il potere.

Ho avuto modo di incontrare Umberto Eco molti anni fa. Conducevo su Radio Tre una trasmissione domenicale dal titolo COME SE. Viaggio tra  realtà e fantasia alla ricerca del possibile.  Durava ben tre ore in diretta. Parte integrante della trasmissione era, di puntata in puntata,  un capitolo di uno dei libri più interessanti della Storia della letteratura inglese: FLATLANDIA di Adwin A. Abbott.  Quel giorno avremmo dovuto occuparci del tema: come si riconosce una figura. Avevo il compito insieme ad alcuni miei collaboratori anche della scelta degli ospiti. Dopo una certa discussione con la redazione pensai di chiamare Umberto Eco. Quando cumunicai il nome al funzionario Rai che avrebbe dovuto contattarlo mi rispose che era impossibile. Non sarebbe mai venuto perché poco tempo prima, per dissidi con la Rai,  Eco se ne era andato via sbattendo la porta e aveva giurato di non metter mai più piede in uno studio. Io ero testardo ma forse più che testardo ero convinto della necessità della presenza di Eco in trasmissione. Lo ritenevo perfetto. Un semiologo insieme ad un altro ospite che era un antropologo. Nell'occasione Annabella Rossi. Chiamai personalmente Eco al telefono. Gli illustrai il senso della trasmissione che conducevo. Lo sentivo un po' riluttante e stava per dirmi di no, anzi una volta me lo aveva già detto,  quando gli chiesi ancora un minuto di attenzione per raccontargli meglio il mio progetto. Nei particolari. E gli dissi di FLATLANDIA. Fu per lui un'illuminazione! Una chiave che spalancò un portone. "Come mai Flatlandia?", "Com'è che mi occupassi di Flatlandia", "Come facevo a conoscere questo testo?", "Chi ero?", "Che volevo?" "Come mi chiamavo?", "Sì!!!".
Avevo toccato un punto sensibile: l'intelligenza culturale. In breve: venne in trasmissione. Scoprii così che anche lui in quel periodo si stava occupando di Flatlandia e dialogammo per tre ore piacevolmente. Disse delle cose si estremo interesse spesso spiazzanti per il comune corso delle cose. Sorprese tutti. Incluso me quando, finita la trasmissione, prima ancora che lo facessi io,  mi ringraziò per averlo invitato (non accade di solito. Gli ospiti presumono molto si sé) e mi promise che sarebbe stato disponibile ad ogni altro mio contatto con lui. Questo era Eco. Un intellettuale senza pregiudizi. Un intellettuale senza catene. Dotato del gusto della risata. Di grande ironia. Di uno sguardo talmente ampio sulle cose da includere nello stesso giro d'orizzonte  fatti immensi e piccole cose apparentemente di nessuna importanza. E soprattutto della capacità di sciogliere il calcare della cultura accademica italiana.

 


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